P. Neruda, R. Alberti, J. Gillen, V. Aleixandre su Federico
Pablo
Neruda (da "Confesso che ho vissuto")
Che poeta! Non ho mai visto riunite, come in lui, la grazia e il genio, il cuore alato e la cascata cristallina. Federico Garda Lorca era lo spirito scialacquatore, l'allegria centrifuga, che raccoglieva in seno e irradia-va, come un pianeta, la felicità di vivere. Ingenuo e commediante, cosmico e provinciale, singolare musi-cista, splendido mimo, timido e superstizioso, raggiante e gentile: era una sorta di riassunto delle etàdella Spagna, della fioritura popolare; un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino, turta la scena di quella Spagna, ahimè!, scomparsa. [...]
La grande capacità di metafora di Garda Lorca mi seduceva e mi interessava tutto ciò che scriveva. Dal canto suo, lui mi chiedeva a volte di leggergli le mie ultime poesie e, a metà della !ertura, mi interrompe-va gridando: "Non continuare, non continuare, che mi influenzi!". Nel teatro e nel silenzio, nella folla e nel decoro, era un moltiplicatore della bellezza. Non ho mai veduto un tipo con così tanta magia nelle mani. Non ho mai avuto un fratello più allegro di lui. Rideva, cantava, musicava, saltava, inventava, crepitava. [...]
"Ascolta", mi diceva prendendomi sottobraccio, "la vedi quella finestra? Non la trovi ciorpatelica?". "E che vuoi dire ciorpatelico?". "Non lo so neanch'io, ma è assolutamente necessario che ci rendiamo conto di cosa sia e cosa non sia ciorpatelico. Altrimenti, siamo perduti. Guarda quel cane lì: com'è ciorpatelico!". [...]
Federico ebbe una premonizione della sua morte. Una volta, di ritorno da una tournee teatrale, mi chiamò per raccontarmi un fatto molto strano. Con la trQupe de La Barraca, era giunto a un remoto paesi-no della Castiglia, nelle cui vicinanze aveva accampato per passare la notte. Non riuscendo a dormire, verso l'alba, uscì a fare un gito [...].
Si fermò all'ingresso dell'ampio parco di una vecchia proprietà feudale, dove l'abbandono, l'ora e il freddo rendevano la solitudine ancor più penetrante. Federico si sentì, ad un tratto, oppresso per via di qualcosa di confuso che doveva accadere. Si sedette
su un capitello caduto. Un agnellino venne a brucare fra i ruderi e la sua comparsa fu quella di un piccolo angelo di nebbia che, di colpo, rendeva umana la solitudine. All'improvviso apparve un branco di maiali. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri, selvatici e affamati. Federico assistette allora a una scena raccapricciante: i maiali si avventarono suI-l'agnello, lo squartarono e divorarono. Questa scena, di sangue e solitudine, scosse Federico a tal punto che ordinò al suo teatro ambulante di proseguire subiro il viaggio. Ancora stravolto dall'orrore, Federico mi raccontava questa storia terribile tre mesi prima della Guerra Civile. In seguito compresi, sem-pre più chiaramente, che quella scena era stata la rap-presentazione anticipata della sua morte. [... ]
Lassassinio di Federico fu per me l'avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. Larena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l'antica lotta mortale fra l'ombra e la luce.
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Jorge Guillin (ddpr%ffJa "ObmsCompletasdeFGL uJ.l'j
Lo si sentiva arrivare molto prima della sua com-parsa: lo annunciavano intangibili messaggeri, avvi-si di sonagli nell'aria, come quelli delle diligenze della sua. terra. Poi, quando era già andato via, tar-dava ancora molto ad andarsene: c'era ancora, ci circondava ancora coi suoi echi, fìnche qualcuno diceva: "Ma... Federico? E già andato via?" [...]
Per Federico Garda Lorca il principale lettore non era il lettore, ma l'ascoltatore. "E tu hai il coraggio di recitare le tue poesie?", gli chiedevo in quei primi
anni eroici -e timidi-; e lui, colpendosi il petto come se avesse le poesie sul cuore, rispondeva: "Sl, per difenderle" [...]
L'8 aprile del '26 Federico diede una lettura all'Ateneo di Valladolid e io fui l'incaricato di pre-sentarlo. Dissi: sono venuto soltanto a dire, con la più tranquilla e semplice sicurezza, che Federico Garda Lorca, questo grande amico che tra poco sarà l'amico di voi tutti, è un grande poeta e che, fra poco, lo sarà per tutti voi. Già, perche... attenzione, sarete... saremo tutti suoi non appena inizierà a can-tate. Vi avverto: sentire Lorca ed arrendersi alla sua
poesia è tutt' uno, perche Lorca si impone con la forza, immediata e semplicissima, dell' evidenza. So bene che in circostanze nor-mali, una predizione di questO calibro implicherebbe un grave rischio e una grande arroganza; ma in questo caso non comporta ne l'uno ne l'altra. No, non spa-ventatevi: è una specie di belva, di fenomeno, sl, ma un fenome-no di irresistibile seduzione. [...]
L'ultima volta che lo vidi fu a casa di Eusebio Oliver, il nostro medico - cos1 amichevolmente preoccuparo per la salute dei poeti -. Federico lesse La casa di Bernarda Alba. (Sl: estate del '36...) "Adesso capisco final-mente - disse - come sarà il mio teatro...". La sua maturità si apriva allora di fronte a lui come una porta aperta sul pro-prio Regno, Il Pianto, il Divano del Tamarit, La casa di Bernarda, e poi... Lo sa Dio! Camminava con decisione e giubilo verso la pienezza del proprio futuro. Tutto si arrende-va alla sua persona e al suo duende angelico. Cosa mai avrebbe potuto frenarlo? Per
questo predissi a suo padre: "In caso di rivolta, se ci sarà un solo spagnolo che si salverà, costui sarà Federico" .
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RafaelAlberti (d4 "La arboled4 perdiM")
La sera del nostro primo incontro fu indimenticabi-le! V'era magia, duende, qualcosa di magico in tutto Federico. Come dimenticarlo dopo averlo visto o ascoltato anche solo una volta? Era davvero affasci-nante, sia quando cantava - solo o al pianoforte -che quando recitava o faceva scherzi; lo era persino quando diceva stupidaggini. [...]
Non lo avevo mai sentito recitare e quella sera, nei giardini della Residencia de Estudiantes, fiocamente ill uminata dalle finestre accese delle stanze, porei verificare che la sua fama di grande recitatore era giustificata. Recitò il suo ultimo Romance gitano: Verde que te quiero verde...
Di quella serata ricorderò per sempre quel Romance sondmbulo, quella sua misteriosa drammaticità, ancor più agghiacciante nella penombra di quel
giardino sussurrato di pioppi. "Addio, cugino", mi disse quan-do mi congedai, oltre mezzanot-te. Cominciava a piovere. Un bagliore annunciò un temporale. Arrivai a casa mia tutto bagnato, ma felice, perche sapevo di aver vissuto una pagina indimentica-bile della mia vita. [...]
Fra il 1925 e il 1930 Federico mi invitò spesso a passare le vacanze alla sua Huerta de San Vicente. lo promettevo ogni estate, ma poi rimandavo, rimandavo e... Non potei com-piere quella visita fino al 24 feb-braio del 1980. Per tutti quegli anni avevo pensato a lui in modo quasi ossessivo, dedican-dogli innumerevoli prose e poe-sie; e ora, finalmente, ero a Granada... All'alba, da solo, presi un taxi per percorrere quella triste strada che aveva condotto Federico Garda Lorca alla sua fucilazione. Che tremenda agonia! Quale interminabile angoscia percorrere quella strada dopo più di qua-rant'anni, ormai piena di brutte case, ma anche di quegli ulivi che il poeta aveva sempre portato negli occhi! Arrivai infine a Viznar... Quale tremendo dolore! La famosa fontana delle Lacrime, oggi conosciuta e venerata in tutto il mondo, è come un piccolo stagno dal cui fondo germogliano, salendo fino alla superficie, delle sonnambule, silenzio ne e incessanti bolle d'aria che i lirici arabi andai usi identificarono con le lacrime. Ebbene,
tutro quel fondo fangoso e sporco della elegiaca fontana era pieno di scatole di sardine, di bottiglie di coca-cola, di bucce e di detriti di pranzi che i turisti -credo- vi avevano gettato dentro in segno di emozionato omaggio per il grande poeta assassi-nato a Granada. Questo è ciò che vidi quella mat-tina di febbraio del 1980. Me ne andai in lacrime...
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Vzcente Akixamlre (dalProlngp di "Obms Compktas voi. 2'')
Federico è stato paragonato a un bambino e lo si potrebbe paragonare a un angelo, all'acqua ("il mio cuore è un po' d'acqua pura", diceva in una letrera) o ad una roccia. Nei suoi momenti più tremendi era impetuoso, rumoroso, magico come una selva. Ognuno lo ha visto a modo suo. [...]
Nessuno può definirlo. La sua presenza, paragona-bile, forse, soltanto - e giustamente - al tifone che assume e rapisce, rimandava sempre alla più ele-mentare semplicità. Era tenero come una conchiglia di spiaggia; innocente, nella sua tremenda risata bruna, come un albero furioso; e ardente, nei suoi desideri, come un essere nato per la libertà. Aveva, per la sua opera futura, un tale istinto di difesa che mi ricorda quella di un genio: Goethe. Con una differenza: che Federico era incapace della fredda serenità con cui quel giove costrul il complicato meccanismo dei propri istinti e passioni fino a ridurli a ruote dentate al servizio del suo rendimen-
to intellettuale. In Federico tutto era ispirazione; la sua vita, cosl meravigliosamente in armonia con la sua opera, fu il trionfo della libertà, e fra la sua vita e la sua opera v'è uno scambio spirituale e fisico cosl constante, cosl appassionato e fecondo, che le rende eternamente indivisibili. [...]
Il suo cuore, di sicuro, non era allegro. Era capace di tutta l'allegria dell'Universo; ma nel profondo, come quello di ogni grande poeta, non era allegro. Coloro che lo videro come un uccello pieno di colori non lo conobbero. Il suo cuore era appassio-nato come pochi, e una capacità d'amore e di soffe-renza nobilitava ogni giorno di più la sua già nobile fronte. Amò oltremodo (qualità che alcuni superfi-ciali gli negarono) e soffrl per amore, cosa che pro-babilmente nessuno seppe. Ricorderò per sempre la lettuta che mi diede, qualche tempo prima di parti-re per Granada, della sua ultima opera lirica, desti-nata a rimanere incompiuta... Mi leggeva quei suoi Sonetti dell'amore oscuro, prodigio di passione, di entusiasmo, di felicità, di dolore, ardente e puro monumento all'amore, in cui la materia prima è ormai la carne, il cuore, l'anima del poeta in via di distruzione. Sorpreso, non potei fare a meno di esclamare, guardandolo: "Federico, che cuore! Quanto ha dovuto amare e soffrire!". Mi guardò e sorrise come un bambino. . .
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L'album
fotografico di
FEDERICO GARCIA LORCA
Edizione Roma 1998
1° centenario nascita FGL
Con
il patrocinio dell'Ambasciata di Spagna, del Comune di Roma,
dell'Instituto Cervantes di Roma, dell'Academia de Bellas
Artes di Roma e la Fundacion FGL di Madrid.
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